Deny Alfano
18 Feb 11
11:32

Dakartolina

by Deny Alfano

Caro cuore,
Ti scrivo da uno dei posti dove forse sei nato: ti prego di conservare queste parole con te e di ricordarmele quando la pioggia delle cose da fare offusca il mio sguardo e rende grigio il mio pensiero.

Ti scrivo perché, forse, è tanto che non torni da queste parti e la memoria è importante per crescere.

Qui non so se le cose sono cambiate o se sono rimaste sempre le stesse. Gli istinti e le sensazioni più profonde, che albergano nascoste dentro di me, dentro ciascuno di noi, si fondono e confondo come la polvere mossa dal vento; polvere e sabbia di quelle che noi chiameremmo strade ma che qui sono arterie pulsanti della vita stessa … e linfa per quelle vite che si incontrano, si inventano e resistono.

Ad un primo impatto sei catapultato in una realtà da giorno dopo, da day after, o forse del giorno prima, quando tutto doveva ancora nascere: non è facile capire se ci si trova in mezzo a quello che sarà o a quello che era; se è l’anteprima del destino finale di quello che siamo o l’ecografia del suo embrione. Ad un primo impatto non è facile trovarsi. Non è facile ri-trovarsi. Ma so che ci sono. E comunque ci siamo.

Qui ogni cosa che può riparare diventa casa. Sono casa i mattoni riposti uno sopra l’altro che non lasciano intendere se sono scheletro di una costruzione che andrà avanti o scorie di ciò che era addietro. Sono casa le lamiere incastrate ed i teloni sospesi, tenuti sapientemente insieme da corde, legni e fango essiccato. Sono casa le macchine ed i furgoncini. Sono casa, soprattutto, le persone che si stringono intorno a te e che, semplicemente tendendoti la mano, condividendo difficoltà e sorrisi, sporcizia e cibo, speranza e realtà, diventano famiglia … e poi, ti aiutano a curarti o a morire.

Ogni cosa qui è inventata e riutilizzata come fonte di sopravvivenza. È una realtà a pezzi: di quei pezzi di scarto che qualche politico corrotto accetta di smaltire dall’opulento occidente e che, avidamente, re immette nel mercato di chi partecipa alla dura sfida per la sopravvivenza. Trovi, così, ad esempio, improbabili mezzi di trasporto che qualcuno chiama taxi o ndiaga ndiaye (dal nome di colui che per primo li mise in circolazione; folkloristicamente carrapì per noi occidentali) i quali non sono nient’altro che composizioni fantasiose e colorate di scarti arrangiati, arrugginiti e sgarruppati che questo popolo del sole è riuscito a rendere funzione di sopravvivenza e risorsa economica, traducendo la necessità, di tutti i giorni, e lo sfruttamento, di tutti i tempi, in fantasia, allegria e solidarietà.

Certo, non mancano i ritagli turistici degli alberghi di lusso, delle strade asfaltate e delle dichiarazioni di potere, siano esse statue gigantesche di qualche “illustre”, tronfio di incarnare l’orgoglio ed il riscatto dell’ego africano, o militari armati in luoghi pubblici e propagandistici (nello stadio ce n’era uno ogni venti metri).
Ma la realtà quotidiana che gli occhi vivono, caro cuore, sembra essere un’altra.

Qui, apparentemente, ognuno sembra a se stesso, anche perché lasciato a se stesso, al cospetto della povertà, da un’assoluta mancanza di ordine superiore (lo stato) che non sia, nel vissuto personale, una moderata religiosità … e pur tuttavia capace anch’essa di diventare feroce meccanismo di interesse come ad esempio nella realtà dei talibè, bambini mandati ad elemosinare in cambio di educazione coranica. Ebbene, qui ognuno sembra teso ad inventare un proprio modo per andare avanti. Lo si capisce bene affidandosi con speranza ed incoscienza alle guide del traffico.

Non ci sono strade. Non ci sono corsie. Non ci sono segnali o indicazioni preposte a mettere ordine, funzione e pensiero coordinato di insieme. Sembra mancare una rappresentazione dell’altro che vive la tua stessa vita, ovvero, il senso di un qualcosa di cui tutti fanno parte ed a cui rispondere dentro una civiltà collettiva regolata da norme: “tu stai di qua; tu stai di là; tu ti fermi; tu vai”. Qui ognuno si infila prima che può, dove può, stando bene attento a schivare buche, sassi, bambini, capre e chi più ne ha più ne metta. Ma forse questa prospettiva è solo l’ombra del nostro sguardo, abituato e motivato a stare insieme da leggi e norme, necessarie a contenere al paura del pericolo della libera espressione degli istinti e delle emozioni, verso gli altri e dentro noi stessi. Qui non c’è bisogno di tutto questo per sentirsi insieme. Per essere parte di. Qui si può anche essere liberi.

Eh sì, caro cuore, perché qui tu sei nato ed ancora hai i tuoi figli.
Qui le persone chiamano la loro terra “della Taranga”, che noi tradurremmo con “ospitalità”. E cos’altro è l’ospitalità se non l’accoglienza di ciò che è contrasto senza per questo essere considerata contraddizione.

E così ovunque è movimento elegante di corpi di straordinaria bellezza; colori travolgenti di sconvolgente intensità; Pupille d’ebano che risaltano da punti luce d’avorio e che ti penetrano nelle viscere legando confusione e desolazione, asprezza e dolcezza, lotta e pace. Donne meravigliose, che abituate a camminare con ceste di speranza sulla testa, inscalfibili ed inaccessibili, galleggiano nella polvere con incantevole purezza e prepotente bellezza. Uomini impettiti di testosterone ed impigriti dal disincanto del futuro, accasciati in qualche angolo o in perenne contrattazione; uomini che si arrogano il proprio posto nel mondo occupandolo col proprio corpo ma pronti a concedertelo con la deferenza di un sorriso se, in qualche modo, ti aprono a farne parte.

E così, quando lo sguardo supera lo scoglio della difesa delle nostre abitudini, delle nostre categorie incancrenite, si intravedono tra polvere e fango, tra ossa, ruggine e carcasse, donne che pettinano delicatamente e tengono la testa tra le mani di altre donne e bambini e partecipano a rituali comuni, di quelli che tengono insieme e danno continuità. Uomini che si toccano in continuazione mani e cuore a consolidare un legame. Che si scambiano aiuti, si scambiano cibo, si cedono posti, si cercano o semplicemente stanno lì, fianco a fianco, a partecipare in uno spazio comune, senza passato e senza futuro, allo scorrere del tempo.

E poi ci sono i bambini.

Creature nate nella violenza: nella violenza della storia, del passato, del presente fatto di povertà, di genitori incerti, di un’educazione dura e punitiva … di un futuro che molte volte non va oltre la sera.
Eppure, bambini capaci di accendersi ad uno sguardo ed accenderti con uno sguardo. Bambini capaci di giocare con il niente e di esplodere sorrisi che penetrano l’anima annientando senza pudore ogni forma di pensiero e resistenza, abitudine e conoscenza. Ti guardano e, se ti riconoscono, ti cercano per giocare; ti toccano, posano le loro mani ed i loro corpi a contatto con qualche punto di te. Non so come avvenga questa scelta, in base a cosa si leghino a te e ti facciano loro: a volte è la testa, a volte la spalla; altre ti prendono per mano o si abbarbicano sulla gamba. C’è posto per tutti. Dove ci sta un bambino ce ne stanno due, tre, quattro …. fino a che c’è spazio ed anche oltre. Non è un legame di possesso. È una fusione solidale.

Qui le parole, mio caro cuore, si fermano, chiedendoti di aprirti e di intendere attraverso quell’intuizione di cui solo tu hai senso. Io ancora non riesco a capire ed a descrivere ciò che hanno mosso questi bambini con piccoli gesti di eternità. So solo che sono loro i custodi delle chiavi della Taranga. Mi hanno fatto sentire impotente e responsabile: gravato dalle colpe dell’ego come popolo e come individuo così come tassello fondamentale davanti ai compiti della continuità della vita; mi hanno riempito di gioia danzando la speranza e permettendomi di far scorrere il mio sangue insieme al loro, senza che per questo fossero necessarie parole; così come sono rimasto pervaso da una tristezza profonda per il senso di distanza e di destino. Sono stati momenti, quelli con i bambini, in cui si sono fusi e confusi, l’amarezza del limite profondo della propria finitezza e determinazione con il senso del divino che ogni bambino incarna come dono del futuro. Sono rimasto spiazzato e disorientato ed al tempo stesso grato, pieno e felice.

C’è un momento che ti lascio e che ti prego di custodire.
A Goré abbiamo giocato con i bambini della scuola. Finito di giocare ci hanno invitato a fare un giro didattico con loro. Muovendoci mano nella mani abbiamo fatto lezione anche noi. Poi, è arrivata la pausa per il pranzo. I miei amici, affamati, sono andati al ristorante. Io sono rimasto con i bambini. In mezzo a loro. Seduto sul muretto senza avere niente da dire e niente da dare. Semplicemente lì, in mezzo, con loro: fuso e confuso. Non volevo perdermi nemmeno un istante di quell’energia. Non volevo né prendere, né dare, né andare. Volevo solamente restare; restare lì, insieme, perché anch’io ero e sono bambino, dal presente eterno, pur con molto passato ed impossibilitato dal sottrarmi al futuro. Volevo fare parte. Mi sentivo parte. E mi hanno fatto sentire parte … al punto che, all’improvviso, davanti a me, una piccola bambina, dai colori delicati e gli occhi enormi, mi ha teso la manina offrendomi un biscotto. Anche io ero lì ad aspettare come loro. Anche io partecipavo e condividevo nello stesso modo, con loro, la stessa necessità di dover affrontare il problema della fame. E tra bambini, in una stessa comunità e in famiglia, ci si aiuta con solidarietà. Mi sono sentito riconosciuto come parte di. Ero diventato parte di. Ho preso il mio biscotto, l’ho spezzato, ne ho mangiato un pezzo e l’altro l’ho diviso con un altro bambino, come me. A quel punto, altri bambini hanno fatto la stessa cosa. E poi abbiamo continuato a giocare fino a che, all’ora del oro rientro, uno ad uno, hanno salutato e si sono incamminati, restando, uno ad uno, dentro di me.
Caro cuore, non potrò leggere queste parole ogni giorno quando suona la sveglia del cellulare e vado ad iniziare il mio mondo ma ti prego, conservale con te e ricordamele quando avrò paura di crescere e di avere figli; ricordamele quando mi chiuderò alla gente che intorno a me sta male, quando avrò paura di perdere e di morire.

Caro cuore, non ti chiedo di rispondere ma se lo dovessi fare mi basta che tu mi dica in quali altri posti sei nato. Ci voglio andare.
Ti ringrazio.
Deny