Mario Colombo
05 Feb 11
12:14

WSF Diary – GoKick a Dakar

by Mario Colombo

A poche ore dalla partenza, con i cuori pulsanti emozione, diamo inizio al diario di questa trasferta che ha dell’incredibile, non solamente per chi va ma anche per tutti coloro che rimangono e che a distanza ci seguiranno passo passo.
Ogni giorno (o quasi) aggiornerò personalmente questa pagina, in modo tale che la nostra lontananza si tramuti in una vicinanza di pensiero e condivisione.
Non mi resta che darvi appuntamento ai prossimi aggiornamenti… rimanete sintonizzati!

I viaggiatori:
- Luigi De Micco, le President
- Mario Colombo, l’inviato del Gokick Journal
- Francesca Leo, la reporter d’assalto
- Deny Alfano, l’intellettuale/oratore
- Luca Benevento, il fuoriclasse

GIORNO 1 – 05/02/2011 Milano – Tunisi

Il viaggio ha avuto inizio.
Il gruppo si è dato appuntamento a Malpensa. Deny si fa trovare incravattato dopo aver tenuto un incontro riabilitativo in favore di Chivu ad Appiano Gentile.
Il Benny ha con sè più bagagli che vestiti.
Luis distribuisce volantini alle Hostess incitandole al Play More.
Francesca scatta foto convulsamente.
Io parlo di imprese calcistiche in quel di Dakar, ma nessuno mi ascolta.
Ufficilamente pronti e con i bagagli imbarcati, ci si concentra sull’attrazione principale della giornata (e di quelle future): il pallone da calcio.
“Dai ragazzi, facciamo come nelle pubblicità della Nike… scambi al volo con giocate acrobatiche”. Dopo due palleggi il pallone finisce in un gabbiotto dell’imbarco. Niente panico: ci spostiamo all’esterno, proprio lì dove nel tempo che fu il Benny fece amicizia con Corona.
Francesca, dopo aver lasciato i bambini sfogarsi, ci richiama all’ordine: “siamo in ritardo, su prendete i bagagli e andiamo”… e in effetti il rischio del ritardo, con noi, è sempre dietro l’angolo.
Al controllo passaporto, io incappo nell’unico gendarme con gli occhi di ghiaccio alla Clint Eastwood che mi cazzia: “manca la marca da bollo. Vada all’edicola, la compri e torni qui”. Citando le prime quaranta pagine dell’enciclopedia di parolacce tascabile che porto sempre con me, vado, spendo ben 40 euro e torno. Scoprirò poi che il gendarme buono nell’altro gabbiotto ha fatto passare Deny e Francesca senza problemi pur essendo sprovvisti di marca da bollo anche loro.
Il viaggio trascorre piacevolmente, con il Benny che dà sfogo al proprio desiderio di paternità intrattenendo tre bambini tunisini fino a stressarli.
Atterriamo in orario.
Nel gabbiotto Tunisair, all’aeroporto, conosciamo Ibrahim, senegalese che sta tornando a casa della moglie. Mentre attendiamo che ci dicano quale sarà l’albergo ad ospitarci per la notte, Ibrahim ingaggia un duello sulla storia del calcio con Luis. Il presidentissimo viene più volte ripreso in merito alla formazione del Parma ’93 finchè non alza bandiera bianca, sconfitto come il peggiore dei neofiti calcistici. Noi altri riteniamo che sia meglio rivedere lo statuto… dal calcio al cricket!
In hotel scopriamo che le tariffe dei taxi vengono suddivise tra passeggeri e bagagli: paghi prezzi differenti per entrambi.
Ci intratteniamo con il receptionist in un interessante racconto sulla rivolta tunisina che si è scatenata nell’ultimo mese e di cui tutti eravamo a conoscenza. Ma le parole di un autoctono hanno un sapore ben differente al palato dei nostri animi. Ascoltiamo, meditiamo e ne facciamo tesoro…
Dopo cena non ci lasciamo vincere dalla stanchezza e, grazie alle abilità persuasive dei nostri Deny e Benny, “scatta” il playground per le vie di Tunisi. Gli sfidanti sono i militari che presidiano il posto di blocco innanzi l’albergo.
C’è il coprifuoco, c’è un paese che sta soffrendo, ci sono sogni di democrazia talmente tangibili da stordire e in mezzo a tutto questo c’è Play More. Il match offre spunti di classe sopraffina e premia entrambe le squadre: 1 a 1 e applausi.
Ma la serata non finisce qui: cominciamo a chiacchierare, a ridere, a condividere indirizzi mail e promesse di future sfide Gokick/Tunisia.
Io ho il piacere di conversare con un militare e un giovane i quali mi raccontano cosa voglia dire vivere qui ora, in questo nostro tempo dalle destabilizzanti contraddizioni.
Abbiamo le mani che tremano ancora d’emozione e incredulità: oggi siamo stati gli inaspettati, ma felici, protagonisti di un fotogramma che non conosce parole in grado di descriverlo appieno.
Poco dopo apprendiamo della morte di tre manifestanti… e dire che la libertà dovrebbe essere sinonimo di vita.
Ora si va a letto… buonanotte, domani si vola verso Dakar!

GIORNO 2 – 06/02/2011 Tunisi – Dakar

Il mattino ha l’oro in bocca ed è per questo che, terminata la colazione, decidiamo di fare un giro per le vie di Tunisi.
Macchine fotografiche caricate, taccuino alla mano, idee confuse, spirito d’avventura ai massimi livelli… e, ovviamente, il pallone tra i piedi.
Dopo aver evitato abilmente di essere più volte investiti, nei pressi della stazione ferroviaria ci imbattiamo inizialmente in un gentile figuro che, mostrandoci le caricature politiche sulla prima pagina di un quotidiano (cosa impossibile fino a poco tempo addietro data la mancanza di libertà di stampa ed espressione ndr), si auto-elegge nostra guida ufficiale.
Durante l’accalappiamento Benny si focalizza su tre ragazzi con ai piedi le scarpe da calcio. Ci presentiamo, raccontiamo qual è il progetto dei nostri prossimi giorni e poi sottoponiamo uno dei tre a un provino calcistico. Il giovane è il portiere di una squadra di prima divisione e questo ci spinge repentini a chiedergli: “vieni con noi a Dakar?”. La risposta entusiastica è… “no, grazie… bonne chance!”.
La scoperta di una seppur piccola parte di Tunisi si rivela interessante e piacevole fino a quando la nostra pseudo guida chiede di esser pagata per il servizio offerto. Le President si dimostra integerrimo e fermamente legato ai propri principi “opensource” e nega qualsiasi tipo di compromesso economico. Deny, il magnate della spedizione, è invece costretto a sborsare qualche dinaro per evitare di doverci portare la guida fino in Senegal.
Torniamo in albergo, raccattiamo i nostri bagagli, pranziamo avidamente e poi ci facciamo caricare sull’autobus della speranza verso l’aeroporto.
Ci ritroviamo stipati come profughi sulle navi in mare aperto. Francesca e io, in particolar modo, rischiamo la vita ad ogni curva essendo totalmente a ridosso dei bagagli incastrati senza alcun criterio in fondo al veicolo. Con un braccio reggo i trolley in bilico, con l’altro scrivo le mie memorie.
Nonostante tutto, arriviamo salvi all’appuntamento con la partenza.
Il viaggio dura circa sette interminabili ore, nelle quali il Luis rinnova la sfida con il nostro nuovo amico Ibrahim. Come già il giorno precedente ne esce sconfitto, ma noi evitiamo di ricordarglielo… d’altronde è pur sempre il nostro presidente.
Arriviamo a Dakar in una notte tiepida che spira vento di mare. La pelle conosce i brividi di un’avventura che si tinge dei tenui colori del sogno a farsi realtà.
I taxi, rigorosamente gialli e dalla carrozzeria incompleta in più punti, ci conducono a destinazione seguendo un percorso panoramico che prevede più volte inversioni di marcia.
Siamo al Bed & Breakfast di Clarie (e suo marito Papa), un’amica di un’amica di un’amica di Deny.
Ora possiamo finalmente riposarci. A domani per il prosieguo delle nostre peripezie.

GIORNO 3 – 07/02/2011 Dakar

Sveglia alle ore 9:00, o meglio, alle 8:30. Benny bussa alla porta dove Francesca e io stiamo beatamente dormendo ed esordisce così: “voi come siete messi? Sono le 9:30…”, subito dopo percepiamo la voce de le President che suggerisce “Luca, dobbiamo tirare indietro di un’ora gli orologi… sono le 8:30”.
La gentilissima padrona di casa ci fa trovare un pavimento imbandito di svariate prelibatezze. Avete letto bene: pavimento. Qui si mangia seduti al suolo, rendendo la convivialità una situazione ancor più intima rispetto a quella a cui siamo abituati.
Il post-colazione ci sorprende immediatamente con i primi incontri: Luigi incrocia dei ragazzi che si allenano sulla spiaggia ogni giorno e che ci invitano a raggiungerli l’indomani. Subito dopo Francesca e Claire, uscite per delle compere, tornano a riferirci che ci sono dei ragazzi interessati a sfidarci.
La mattinata inizia quindi nel migliore dei modi.
La temperatura oscilla tra i 25 e i 28 gradi.
Sotto i nostri piedi sabbia e cemento. Sopra il pallone. Benny e io cominciamo a palleggiare sorridenti sull’uscio del Bed & Breakfast per dare subito la prima giusta piega a quello che sarà il resto della giornata.
Alle ore 10:15 si presenta il nostro tassista di fiducia: Prince, che dice di essere il fratello di Babakar (il giocatore della fiorentina). Ci intrufoliamo fra i sentieri sterrati di questa realtà dal sole possente e dalle esistenze fragili. Le case diroccate e con le facciate logore di povertà sono solamente il nebuloso sfondo ai colori dei Dakarau: azzurro, rosso, arancione, giallo… quadri futuristi esplosivi con scene impressioniste che improvvisano squarci di quotidianità.
La quieta desolazione che ci accompagna inizialmente, va lentamente animandosi mentre ci avviciniamo al centro della città.
Ore 11:20. Arriviamo al World Social Forum sito nel grande complesso universitario.
Palloni ai piedi, ci è impossibile fare più di cento metri senza essere fermati da passanti che vogliono scambiare alcuni palleggi con noi e conoscere il motivo della nostra presenza all’evento. Distribuiamo volantini meccanicamente, esibendoci in pindarici spiegazioni multilingue: dal francese all’inglese, dal milanese al wolof. La magnifica e corroborante confusione che ci travolge inietta nelle nostre vene un’energia d’indescrivibile dirompenza. Sguardi che si incrociano, complicità d’intenti, parole che si intrecciano, tocchi di palla, strette di mano, abbracci. Passo dopo passo arriviamo alla conferenza tenuta da Altropallone. Un’ora più tardi ci troviamo nuovamente catapultati nel fiume in piena del WSF. Incontri che si perpetuano e si rinnovano, racconti che da scintilla si tramutano in incendi che non bruciano, ma curano persino le paure più recondite.
Stiamo bene, emozionati e felici.
Dopo un pranzo veloce e frugale a base di merendine stoppose e litri d’acqua, riusciamo ad impossessarci per due ore di uno stand (ne siamo ancora sprovvisti pur avendolo regolarmente pagato… ma questa è un’altra storia) sul quale esporre il nostro striscione professionale con logo Gokick ad attirare i curiosi. Non passano cinque minuti che gran parte della popolazione giovane (in prevalenza maschile… ma non solo) presente al WSF si riversa nei pressi della nostra postazione. Rappresentanti di associazioni non profit proveniente da altri paesi d’Africa, aspiranti giocatori, giornalisti sportivi, mamme che vogliono appiopparci i loro figli teenagers perché vedono nel Luis uno zio saggio e sapiente, ragazze che ci domandano di organizzare una partita di Basket… e molto altro. In men che non si dica, frastornati e increduli, abbiamo tra le mani la prima partita targata Gokick Senegal.
Ore 18:30 presso il campo dell’università. Pettorine gialle contro pettorine rosa. I figli del sole contro i parrucchieri (vedere le foto, quando disponibili, e trattenere le risa sbracate). Il secondo team, del quale fa parte la compagine Gokick, ha la meglio grazie al talento di alcuni senegalesi ventenni. Il match risulta vivace e combattuto su ogni fronte: i talenti africani palesano colpi di alta classe e corrono come se avessero i polmoni anche nelle scarpe.
Al calar del sole giunge il momento di tornare a casa. Ci salutiamo dandoci l’appuntamento all’indomani, ore 16:00 sempre sullo stesso campo.
Claire e Papa ci sorprendono con una cena a base di riso e pesce, specialità senegalese. La serata trascorre tra chiacchiere goliardiche e una quesitio tuttora irrisolta: Deny è un’artista? Alla domanda postagli da Claire, risponde in stile Jerome: “mmm… mais… mmm… je ne… mmm… ciao ciao, bravi, non posso venire!”
Gokick è apparso come un pensiero leggero, inatteso e pressoché impercettibile. È andato ingigantendosi esponenzialmente, dimostrando prima con il dire e poi con il fare quell’immenso progetto di condivisione, sport partecipativo e integrativo per il quale da anni ci stiamo impegnando senza riserve.
Vi diamo la buonanotte con il Benny che si è addormentato appoggiato al muro della sala.

GIORNO 4 – 08/02/2011 Dakar

Alle 9:30 ci attende la consueta lauta colazione ad opera dell’ormai amica e Gokicker Claire.
Prima di infilarci nel taxi di Prince, Benny Francesca e io ci concediamo una breve passeggiata a toccare il mare, mentre Deny va fotografando l’ambiente circostante.
Alle 11:45 circa ci lasciamo rapire dalla folla del WSF ed è subito movimento frenetico: le President viene rapito dagli addetti ai lavori e portato alla ricerca dello stand promessoci. Deny si dirige alla volta degli edifici universitari per entrare in contatto con Pietro e discutere su alcune questioni tecniche in merito alle partite marchiate Dakar da aprire sul sito. A me, il Benny e Francesca non resta altro da fare che Play More. Eccoci dunque allestire, nel mezzo della piazzetta più congestionata del WSF, un mini-campo da playground. 4 contro 4 e calcio bailado. Le squadre sono un costante rimescolarsi di giocatori: chi passa da quelle parti sostituisce chi deve improvvisamente scappare perché un appuntamento o un amico lo reclama. Riusciamo persino a dar vita ad un contropiede ficcante durante il passaggio di una manifestazione, che poi scoprirò essere quella degli studenti “non-orientati” (coloro che reclamano il diritto allo studio pur non appartenendo ad alcuna fazione studentesca).
Spettacolo e divertimento allo stato puro.
Nel frattempo le public relations fermentano: contatti che si moltiplicano e promesse che divengono il riflesso di quelle realtà alle quali auspichiamo.
In tutto questo, voglio dedicare un’inquadratura particolare al nuovo amico che da ieri ci sta seguendo aiutandoci. Si chiama Sidia, ha ventisei e studiava lingue all’università del suo paese (regione nei pressi di Dakar). Il suo sogno si chiama “giocare a calcio”, giorno e notte, senza sosta. È un giovane che all’unanimità abbiamo definito elegante nei modi di fare e nel suo approcciarcisi. Ha giocato un ruolo cruciale nel reclutamento dei giocatori della partita pomeridiana di cui poi racconterò.
In un mondo perfetto, lo porterei a sostenere il provino per una squadra di serie A, lui verrebbe preso e realizzerebbe il suo desiderio più grande.
In un mondo perfetto gli regalerei metà delle mie fortune, se pur umili e di poco valore materiale.
In un mondo perfetto… ma la razionalità ci spiega cosa sia l’improbabilità e come la perfezione non competa a questo nostro mondo.
Se qualcuno mi chiedesse: “ti stai affezionando a Sidia?”, risponderei: “inevitabilmente sì”, perché qui in Africa, per non so quale precisa ragione, l’inevitabilità si manifesta nelle sue forme più sorprendenti e fascinose. E io non posso (non voglio) sottrarmi al suo canto di sirena.
Recuperato il Luis, costretto a peregrinare per circa un’ora lungo tutto il perimetro del WSF, prendiamo finalmente possesso dello stand.
PARENTESI: la ragazza, Emilie, che si era presa in carico Luis accompagnandolo alla ricerca della postazione, inizia la marcia con una maglietta bianca, per poi terminarla con una di colore giallo. Ora la domanda è: “mais President qu’est-ce que tu as fait?” (trad.: “ma presidente, cos’hai combinato?”).
Alle 15:45 ci spostiamo, perché entro quindici minuti avrà inizio il match che il giorno prima e la mattina appena trascorsa abbiamo organizzato e propagandato.
I giocatori reclutati si presentano tutti e, credetemi, questa è già una conquista, soprattutto qui dove in molti ci han messo più volte sull’avviso: “vedrete che tra quelli che dicono di venire, solamente in due o tre lo faranno veramente”. Gokick 1 – Pessimisti 0.
Cominciamo impadronendoci di quello che a detta di tutti dovrebbe essere il campo dell’università. Dopo venti minuti, infatti, degli studenti arrivano a reclamare lo spazio. Inutili le bordate oratorie e persuasive di Deny, i balletti del Benny e le foto a scatto multiplo della Fra. Non ci resta altro da fare che alzare bandiera bianca e spostarci sul terreno vicino (quello del giorno precedente): ondulato e pietroso quanto basta per allestire un torneo a quattro squadre da veri “duri”.
Il proscenio ci mostra il medesimo incantesimo che si ha con l’unione fra ragazzi africani e il gioco del calcio: sono atleticamente superiori ad ogni nostra immaginazione. Se a questo aggiungete la tecnica e la foga agonistica, avrete capito che averli contro o in squadra ha sempre e comunque dell’incredibile.
Il Luis, con la sua classe anni ’30, arriva in finale e vince sorretto da una corazzata senegalese. La conclusione del pomeriggio sportivo ci vede premiare, con le maglie portate dal Benny, il miglior portiere (Khalija che oltretutto ha giocato la prima partita in attacco), il miglior difensore (Ousman), il miglior centrocampista (Bachir) e il miglior attaccante (Ibrahim… non quello nominato nei precedenti aggiornamenti).
NOTA DI COLORE: il primo incontro ha subito una breve battuta d’arresto causa imperioso passaggio di un branco di capre.
Si torna al Bed & Breakfast per una doccia e a seguire cena fuori.
La serata prevede: pasteggio a base di 3kg di montone cotto su un’immensa brace, con successivo ingurgito di birre in quel del Tropicana, locale che ci offre dell’ottima musica cubana dal vivo… ma soprattutto i movimenti pelvici di un Benny e di un Luis ballerini d’altri tempi!

GIORNO 5 – 09/02/2011 Dakar

Giornata dedicata al calcio guardato e non giocato. Questo l’imperativo prefissatoci ieri notte prima di andare a letto. Facile a dirsi, impossibile a farsi soprattutto se si è dei Gokickers.
Alle 8:30, Luigi Benny e io facciamo i salutisti prodigandoci in una corsetta elegante in riva al mare con salite e discese. Trenta minuti circa e si torna per organizzare il nostro ennesimo Gokick Day targato Dakar.
Notizia clamorosa: grazie a Claire e a suo marito Papa otteniamo un incontro con il Ministro dello sport senegalese. Tutto accade in un lampo a ciel sereno: ore 15, intervista, racconto di chi siamo e cosa potremmo fare insieme a loro. Innanzi a un programma che ci ha scelti e non viceversa, decidiamo che Francesca e Luigi si dirigeranno al Ministero, mentre noi altri tre ci presenteremo al WSF per conoscere, propagandare, entrare in contatto, condividere, integrare e giocare come già accaduto nei giorni passati.
Il ricongiungimento avverrà nei pressi dello Stadio per la partita amichevole Senegal-Guinea.
Al WSF ci appostiamo all’ingresso dell’edificio universitario principale, appendiamo lo striscione di riconoscimento ad un bus malmesso e non più funzionante, sistemiamo su un piccolo rettangolo di sabbia e sassi quattro birilli a incorniciare due porte ed ecco a voi il consueto Playground improvvisato. Il resto accade da sé: 2 contro 2 con intermezzi di palleggi al volo. Giovani studenti si fermano a domandare il perché di tutto questo e le loro interrogazioni si tramutano in entusiasmo una volta a conoscenza del nostro progetto e del torneo che si terrà venerdì.
Alle 14:30, guidati da Sidia e Abou, ci trasferiamo su un taxi che ci porta fino allo Stadio. Nonostante sia una partita amichevole di relativa importanza, gli spettatori hanno voglia di festa e divertimento. E così è: musica ininterrotta per novanta minuti, goliardia allo stato puro, improvvise folate di tifo urlante ad ogni azione degna di nota. Il Senegal ha la meglio su una spenta Guinea per 3 gol a 0. Il terzo di questi è di rara bellezza, non tanto per la finalizzazione, ma per l’azione stile calcio brasiliano da cui ha preso forma.
Francesca e Luigi, durante la pausa fra i due tempi, ci raccontano del loro rendez-vous pomeridiano. Sono a dir poco elettrizzati e all’orizzonte si prospetta una possibile collaborazione. Ma non vogliamo svelarvi altri particolari, soprattutto perché non v’è nulla di certo ancora. Nei prossimi giorni avremo sicuramente un quadro della situazione più completo e veritiero.
Da sottolineare che Deny riesce a dare un flayer del torneo a Diarra mentre si scalda sotto le nostre gradinate. Lo fa chiamandolo in italiano “ehi tu”… la potenza del pallone!
Pensate sia finita qui? E invece no.
Fuori dallo stadio fulmineo Playground 7 contro 7 (o forse di più… difficile dirlo quando le squadre vanno popolandosi di minuto in minuto). I soliti birilli, le solite pettorine e il fascino di Play More.
Ad un certo punto io cedo il posto a due bambini che avranno all’incirca undici o dodici anni, raggiungo Francesca, Luigi e Sidia e insieme mettiamo nuovamente piede nello stadio per domandare se sia possibile giocare anche solo 5 minuti sul terreno appena calpestato da due nazionali africane.
Purtroppo non è fattibile poiché il campo è stato appena irrigato e cosparso di non so bene quale sostanza. Ma fermarci oramai sembra cosa pressoché impossibile. Diamo inizio al terzo Playground della giornata, ai piedi delle tribune, in uno spazio verde tra l’ingresso agli spogliatoi e la pista d’atletica che percorre l’intero campo di calcio. Monsieur le President, intanto, scatta foto e registra video di quindici secondi l’uno (Montagner è stato categorico sull’argomento: se devo montare io il filmato della spedizione, ho bisogno di registrazioni brevi… Luigi lo sogna ogni notte mentre lo minaccia con una videocamera tra le mani).
Tenendo presente che oramai non pranziamo più, diviene matematico che alle 20 circa di ogni giorno, dopo aver preso a calci un pallone ripetutamente, ci si senta leggermente deboli.
Abou e Sidia ci portano da Cesar’s nel centro della città. Ci rifocilliamo ripercorrendo con le parole la giornata appena trascorsa. Luis riesce anche a farsi dare delle dritte sull’abbordaggio senegalese da Abou. Quest’ultimo lo porterà venerdì sera alla conquista di qualche venera nera. Se non lo vedrete tornare in Italia, già ne conoscete il motivo.
Qui termina il nostro quinto giorno da inviati in terra d’Africa… e per fortuna che si era detto di non giocare almeno per oggi ma, ancor di più, meno male che non abbiamo mantenuto la promessa.

GIORNO 6 – 10/02/2011

Sveglia alle ore 8:15.
La giornata ci vede impegnati nei preparativi per la visita alla Casa di Ibrahima, un’Associazione che si occupa del sostegno ai bambini senza famiglia o le cui famiglie non hanno i mezzi necessari per provvedere al loro sostentamento. Inoltre, sono fortemente impegnati nel tentativo di strappare dalla strada i Talibé, ossia quelle piccole creature che date a un Maestro del Corano dai propri familiari per essere istruiti, vengono poi mandati per le vie della città a mendicare.
Siamo in fermento, nel corpo e nella mente.
Portiamo con noi un borsone carico di maglie e scarpe da calcio (merito di Benny) da lasciare in dono.
Ci avviamo verso la strada principale per prendere due taxi da combattimento. Lì incontriamo Sidia, ormai parte integrante del gruppo. Lo vediamo giungere dal fondo della via correndo disperatamente dato il ritardo di un’ora rispetto all’appuntamento concordato il giorno prima.
Il tragitto trascina con sé l’aspettativa di una giornata ancora indefinita nel nostro bagaglio di razionalità, ma perfettamente tangibile in quello costituito da sogni e speranze.
Ai nostri lati scorrono case, poi baracche e ancora case, negozi d’ogni sorta, car-rapid che si sorpassano (sono i tipici autobus senegalesi, colorati e assemblati con differenti materiali e pezzi di lamiera. Salire su uno di questi prevede una sorta di viaggio stile montagne russe. Indimenticabile. Da provare), carretti trainati da cavalli al galoppo. Insomma sempre e sbalorditivamente Dakar.
Alle 11:40 circa approdiamo sui lidi della nostra meta. Viene ad accoglierci Serena, una volontaria laureata in scienze politiche e qui da una settimana. Subito dopo compare Ousamane, uno dei gestori della casa.
Bambini dai 6 ai 13 anni entrano ed escono rapidamente. Gli lanciamo un pallone ed è subito Playground tra ciottoli e mattoni, il tutto sprofondando nella sabbia. Niente di nuovo dal punto di vista pratico, tutto da scoprire per quel che riguarda l’interazione con i piccoli ospiti della Casa e la destabilizzazione che sta comportando essere qui.
Stiamo alle loro regole: sette contro sette e quando si arriva a tre gol, la squadra sconfitta deve lasciale il posto ad un’altra e via così senza sosta. Giochiamo per un’ora o forse più, il tempo ha poca importanza se non fosse che il richiamo del pranzo spinge tutti i bambini (Talibé compresi) a rientrare.
Riso e pesce, la specialità.
Teglie giganti vengono posate a terra all’interno dei cerchi che les enfants hanno formato, ordinati e soprattutto affamati.
Ognuno è provvisto di un cucchiaio e va a raccogliere la pietanza che ha innanzi solamente nello spazio della teglia a lui tacitamente concesso. Noi proviamo a usare le mani su invito dei volontari della Casa di Ibrahima: si prende un po’ di pesce, lo si mischia al riso, si serra il tutto con forza nella mano, lo si scuote come per far colare l’acqua in eccesso e poi lo si mangia quando è ormai divenuto qualcosa di molto simile a una polpetta.
Dopo pranzo ci concediamo un breve riposo. Lo trascorriamo partecipando a un gioco partorito dalla mente del Presidente: la sfida delle formazioni. Si sceglie una squadra di calcio famosa e a turno si deve dire il nome di un giocatore che ne fa parte. Si vince per eliminazione degli altri partecipanti e questo accade quando qualcuno non conosce più giocatori da aggiungere al proprio elenco.
Alle 17:50 si torna in pista… e ora tutti insieme diciamo: torneo di Playground!
Quattro squadre e la formula vincente di sempre: semifinali a incrocio e finalissima. La vincitrice sfida la selezione Gokick/Casa di Ibrahima.
Alle 18:30 ci tocca rientrare. Purtroppo!
La serata prevede una cena presso il Bed & Breakfast in cui siamo con il portavoce del Ministro dello sport senegalese. Anche oggi non vado oltre nella spiegazione in merito a questa vicenda: una volta tornati avremo maggior materiale su cui discutere e voi tutti sarete i primi a venirne a conoscenza.
Le notte invece vede il Luis, Francesca e me far partire il giro di convocazioni per il grande evento di domani. Sms da inviare, giocatori da confermare. E poi ovviamente foto da scaricare e aggiornamento blog da scrivere.
Come dite scusate? Dove sono Deny e Benny? Loro sono usciti… dovrebbero tornare per poi partecipare domani al torneo, ma non ne siamo così certi.
Concludo con una riflessione: cosa ha significato per noi la giornata appena vissuta? Indubbiamente la certezza che Play More possa arrivare ovunque, facendo del bene e saziandosi del sorriso di un bimbo come Amidhou, Talibé con una marcata deformazione alla spina dorsale e un grave problema ai polmoni. Con la palla tra i piedi abbassa lo sguardo timidamente e poi dice che per lui è meglio non giocare. Scherza con chi gli è accanto e parla con quei dolci e sottili acuti che solamente un bambino possiede. Oggi abbiamo preso il nostro cuore e l’abbiamo posato sugli occhi di quelle piccole creature. Hanno le mani sporche di terra, corrono in ciabatte o a piedi scalzi, indossano stracci anziché vestiti, ma averli avuti accanto mi ha fatto venire il viscerale desiderio di essere una persona migliore rispetto a quello che effettivamente sono.
Grazie dunque a quelle vostre mani sporche strette nelle nostre tremanti di commozione.

GIORNO 7 – 11/02/2011 Dakar

Sveglia alle ore 8:30. Ormai è un’abitudine.
Colazione abbondante, quattro chiacchiere e pianificazione della giornata.
Il gruppo si divide: Luigi e Francesca vanno al secondo appuntamento con il Ministro dello Sport.
Vengono accompagnati da Claire, Papa e una notevole dose di speranza.
Benny, Deny e io attendiamo l’arrivo dell’amico Sidia e insieme ci dirigiamo verso la spiaggia. So già a cosa state pensando: Playground. E in effetti è proprio così: due contro due dove purtroppo noi italiani dobbiamo affidarci alla tattica “tutti dietro a difendere e poi ripartiamo con il contropiede”, mentre la fazione senegalese si dimostra atleticamente superiore sfoggiando colpi d’alta classe. Finisce 9 a 7 per gli avversari e due pugni di fatica nello stomaco per me e il Benny. Deny ha deciso saggiamente di stare a guardare preservandosi per il pomeriggio.
Alle 13:30 saltiamo su un taxi: direzione Piscine Olympique per il torneo del WSF. Una volta arrivati, notiamo con stupore che gran parte dei convocati sono lì davanti a noi. Posiamo le borse, prendiamo possesso di uno dei due campi in erba (i primi che vedo dopo quello dello stadio) e il mister Benny comincia a fare l’appello, lavagnetta professionale alla mano.
Cominciano le peripezie: l’organizzatore di riferimento del WSF non si fa vedere e sembra irrintracciabile. Il responsabile del centro sportivo ci fa spostare su un altro campo dove arriva l’allenatore di una squadra che ci dice averlo prenotato e che quindi dobbiamo lasciarlo a lui. Torno con Sidia dal responsabile del centro e cerco di capire come risolvere la situazione. Lui mi parla due minuti poi si allontana con sguardo perso nel vuoto, poi ritorna e decreta che possiamo giocare sul terreno più bello. È fatta!
Ovviamente il tal Zaccaria, riferimento organizzativo del torneo, non arriva ma manda solamente degli amici, quindi il torneo a 6 squadre di cui ci avevano parlato si tramuta in un triangolare totalmente gestito da Gokick.
Tutti i match risultano intensi e giocati ad alta velocità. Nonostante tutto les italiens provano a non sfigurare.
Due i momenti salienti: il magnifico gol di Matar che tira da metà campo e infila la palla agli incroci e il funambolico gol di Yaya che beffa il portiere con un pallonetto da centrocampo.
Vince la compagine del Benny, seconda la mia e terza quella di Deny e Luis. Al di là della classifica, quel che più ci ha travolti è stato il clima di festa e il desiderio di partecipazione dimostrato da ogni singolo giocatore. A tal guisa dico con orgoglio che i giovani senegalesi definiti ritardatari e poco affidabili si prendono la rivincita sulle istituzioni (rappresentate in questo caso dagli organizzatori WSF del torneo).
Dopo le premiazioni ha inizio una carrellata entusiastica di interviste: innanzi tutto ai primi due Gokicker senegalesi ufficialmente iscritti al sito Moustapha e Thierry e poi seguire tutti gli altri. Veniamo persino a sapere che Mohammed Taxi Man conosce Tony Kukaz, che sia suo padre oppure gli sia stato guida tecnica in qualche club senegalese? Lo scopriremo prima o poi.
Inoltre il nostro Luigi De Micco diventa Ligo De Mingo… ufficialmente un senegalese!
Ringraziamenti, balli improvvisati, scambi di mail e abbracci. Siamo pronti a muoverci.
Seguiamo alcuni dei ragazzi che ci guidano all’interno del campus universitario. Bachir, centrocampista roccioso di 19 anni, ci invita a visitare la sua stanza e a conoscere i suoi coinquilini. Irrompiamo mentre stanno studiano per qualche esame, ma gentilmente si rendono subito disponibili al dialogo.
Proseguiamo e ci fermiamo a mangiare dei panini ripieni di montone e verdure cotte. Il simil locale si chiama Vip. È qui che all’unanimità, su idea di Bachir, nominiamo Sidia Presidente Gokick in Senegal. In sostanza il corrispettivo del Luis in terra africana, se non fosse che Sidia è un fenomeno con il pallone.
Rifocillati dalla cena, le nostre guide Gokicker ci accompagnano al concerto tribale/reggae/hip hop di chiusura del WSF. Duriamo un’ora circa e poi, sopraffatti dalla stanchezza decidiamo di tornare à la maison dandoci appuntamento a domenica… ebbene sì: vogliamo concludere con un’ennesima dimostrazione di Play More, questa volta sulla spiaggia!
N.B.: mentre sto scrivendo ci sono già ben 15 senegalesi iscritti a Gokick! Applausi!

GIORNO 8 – 12/02/2011 Dakar

Sveglia alle 9:00 circa. Oggi, essendo il primo giorno dopo il WSF, ce la prendiamo comoda.
C’è chi scarica le foto sul proprio computer, chi si rigira ancora nel letto, chi termina il resoconto numero 7 (la notte passata mi sono addormentato lasciando l’articolo a metà… chiedo venia).
Dopo esserci lavati, profumati e truccati ci gettiamo tra le braccia di un sole che cuoce la pelle ma riscalda l’animo. Le meta odierna è l’isola di Gorèe, amena località a poca distanza da Dakar. Nominata patrimonio storico mondiale dall’Unesco, ha ospitato prima gli olandesi, poi gli inglesi e infine i francesi. Ha subito l’abominio della tratta degli schiavi, tanto da divenire uno strategico centro di smistamento verso l’America.
Dopo una breve traversata in traghetto, approdiamo sull’isola. Francesca, Benny e io facciamo il folle acquisto delle maracas senegalesi: due semi giganti riempiti con sabbia e perline e unite tra loro da una corda. Spiegarne l’utilizzo è complesso, quindi lascerò la sorpresa alla dimostrazione che faremo una volta tornati.
Durante l’acquisto, un bambino “riparatore” si getta ai piedi del Benny, gli prende una infradito e gli dice “guarda, è rotta” mentre con forza crea una crepa nella suola. Niente paura: apre la borsa da lavoro, estrae colla ago e filo e sistema tutto. Il Benny impietrito lascia fare.
Proseguiamo nell’esplorazione e incontriamo una scolaresca di bambini che gentilmente ci accoglie fra le sue braccia.
Benny, Luis e Deny vanno con loro in spiaggia a giocare, mentre Francesca e io ci diamo allo shopping sfrenato e alla cultura visitando il museo dell’isola.
Alle 15 ci ricongiungiamo.
I bambini hanno gli occhi grandi dell’Africa e sembrano averci adottati tanto che Luca, Deny e Francesca passeggiano mano nella mano con alcuni di loro. Li seguiamo come degli studenti diligenti e ascoltiamo le spiegazioni del maestro quanto racconta dei cannoni di Navarone (sì, ci sono anche su quest’isola. Ho provato a chiedergli perché li avessero chiamati così ma non ha saputo spiegarmelo purtroppo… o forse non l’ho capito io. Più probabile la seconda). Approdiamo al Museo degli Schiavi ed è toccante venire a conoscenza dello stato disumano in cui vivevano gli africani deportati. Ammucchiati e incatenati, venivano liberati solamente una volta al giorno per poter espletare i bisogni corporei. Fra questi anche i bambini perché innanzi tutto costava meno acquistarli e in secondo luogo erano molto utili per alcune tipologie di lavori nelle piantagioni americane.
La guida insiste su  un concetto che più volte va ripetendo: “l’Africa perdona ma non vuole dimenticare”… e personalmente non saprei come dargli torto.
Verso le 16 il richiamo della fame si fa sentire: spiedini di pesce per me Francesca e Luigi. Deny e Benny rimangono ancora con la scolaresca in gita.
Ci re-incontriamo in una piazzetta defilata che si affaccia sul mare. Qui assistiamo a un’esibizione di suonatori Jambè e danzatrici. Musica viscerale e istintuale così come i movimenti sincopati delle donne, le quali prendono i propri i corpi e li tramutano in sinuosi felini dalla criniera travolta e stravolta dal vento.
Il Benny e Luis cercano di imitarle: le prove fotografiche e video dimostreranno la loro incompatibilità con la musica africana… ma siamo buoni e vogliamo premiare la più che buona volontà dimostrata!
Sul traghetto del ritorno reclutiamo nuovi giocatori e ci informiamo sul significato della parola che dà il nome ad una famosa danza africana: yuza. Deriva da colui che l’ha inventata in segno celebrativo (di cosa non ce l’hanno detto). A quanto mi è parso di capire ha anche connotati di tipo sensuale (cercherò di informarmi meglio).
Tornati a Dakar saltiamo sul taxi più snob e intellettuale fino ad ora incontrato: BBC in sottofondo, cristalli elettrici ai finestrini e carrozzeria luccicante. Ci conduce a una Dibiterie dove ingurgitiamo ben 4 kg di montone. È record. Lo stesso proprietario alla richiesta dei secondi 2 kg sorride e pensa lo si stia prendendo in giro. Ma con un cagliaritano doc come Luigi non si può scherzare sulla carne grigliata.
Mentre attendiamo che vengano servite le portate, Luis attacca bottone con chiunque entri nel locale e arriva persino a importunare due ragazzi sull’uscio chiedendo quanto avessero pagato il loro motorino. Irrecuperabile.
Ci raggiunge Sidia che dice di avere indosso la maglietta arancione dell’All In One da stamane. Quando si dice l’attaccamento alla maglia.
Finito di cenare, prima di fare ritorno a casa, invitiamo Mohammed e Yaya (rispettivamente proprietario e cuoco della Dibiterie) al torneo in spiaggia di domani. Lasciamo Luigi e Benny in pasto alla notte. Scopriremo il mattino dopo che si sono intrufolati in un bar a giocare alla Playstation 2 (ovviamente il gioco prescelto è stato Pro Evolution Soccer). Doppiamente e felicemente irrecuperabili.
Unico giorno senza Playground, le nostre giunture ringraziano (la Fra anche)… ma domani si ricomincia! Allez Gokick!

GIORNO 9 – 13/02/2011 Dakar e ritorno

L’ultimo giorno. Sappiamo cosa voglia dire arrivare a Dakar e diventarne parte, ma ancora non siamo a conoscenza di cosa significhi abbandonarla.
Saltiamo a piè pari la colazione e marciamo alla volta di uno dei mercati della città: San Boujou, definito il mercato degli artigiani e degli artisti. Così in effetti è: ci sono venditori che lavorano legno, pelle e argento e altri che si dedicano alla pittura. Le statuette intagliate del Pensatore si alternano alle variopinte tele di differenti dimensioni con disegni stilizzati.
La contrattazione è alla base dello scambio negoziante/acquirente. Fa parte del loro essere offerenti ed evitare il dibattito sul prezzo di un dato oggetto potrebbe essere inteso addirittura come un’offesa.
Ci armiamo di pazienza e cominciamo la passeggiata tra le boutique (noi le definiremmo bancarelle).  Benny e Deny danno il meglio di sé: il primo caricandosi come un mulo di oggetti d’ogni sorta (pantaloni, un tappeto e dell’oggettistica in legno); il secondo si avventura in una lotta all’ultima offerta per tre quadri. Il gioco al rilancio vede da una parte l’astuzia del venditore senegalese scontrarsi con la tenacia e il desiderio di raggiungere l’obiettivo del nostro Gokicker Deny. Alla fine trattasi di pareggio, in quanto Deny ottiene ciò che vuole al prezzo ultimo che è disposto a pagare e il commerciante vende senza andare in perdita (anzi).
Il Presidente che, all’ingresso del mercato, aveva esordito con un “faccio un giro ma non compro nulla”, si porta a casa una statuetta di 60 cm e altre amenità. Impossibile non cedere alle tentazioni artigianali di Dakar.
Alle 12:30 circa scatta il momento dello spostamento. Le convocazioni di ieri notte e stamane segnano il primo passo dell’ultimo torneo in Senegal. Tutti chiamati all’incontro sulla spiaggia di Yoff.
Nel tragitto riceviamo persino un rimprovero via sms da uno dei nostri nuovi amici. Siamo in ritardo! E meno male che dovevano essere loro i ritardatari cronici. Incassiamo, sorridiamo e andiamo avanti.
Yoff è la spiaggia dei pescatori con adagiato alle proprie spalle un quartiere povero.
Il panorama è composto da reti impilate l’una sull’altra e barche disposte in fila con la poppa riversa all’infinito del mare. Odor di pesce e salsedine si mischia alla sempre più viva consapevolezza che ¬¬stiamo posando i nostri passi sul sentiero dei saluti.
Il mister Benny estrae la lavagnetta delle tattiche e con il pennarello alla mano va a formare quattro squadre. Girone unico, 5 contro 5. Il pareggio si risolve alla monetina (in Senegal preferiscono tale modalità ai rigori).
Giochiamo a ridosso del mare e ogni tanto veniamo travolti da un’onda che si distende più delle altre lasciando sul bagnasciuga pesci e detriti marini.
Divoriamo letteralmente una delle più belle partite da quando siamo arrivati. Complice la reciproca conoscenza che ha sulle spalle intensi giorni di condivisione emozionale.
Si parla di divertimento allo stato puro, avvantaggiato dalla capacità di questi ragazzi di interpretare ogni partita come la parte di una felicità più grande. Sul campo non litigano mai, si sostengono vicendevolmente vincere o perdere ha un’importanza relativa innanzi all’idea di festa che il gioco del calcio assume nelle loro menti.
La squadra di Deny e la mia concludono a pari merito. Non c’è il tempo per la finalissima, anche perché le President si è allontanato con un manipolo di futuri organizzatori e sono andati a infilarsi in un Internet Cafè. Luigi tiene una vera e propria lezione sull’utilizzo della piattaforma Gokick. Bachir, Lamine e Moumodou saranno i futuri organizzatori Dakarau, con Sidia come presidente a coordinarli e a propagandare lo spirito Play More!
Attenti ed entusiasti pubblicano, con l’aiuto del Luis, la prima partita Gokick Dakar: domenica 27 febbraio, Université Cheikh Anta Diop (correte sul calendario a vederla… ricordatevi di fare un “sort” per nazione).
Terminato lo stage, raccattiamo le borse e andiamo a mangiare un panino. Sulla strada incrociamo Tourè accompagnato da un amico al quale ha fatto fare un piccolo stemma in legno con sopra inciso “Gokick” e il disegno di una pantera recante i colori del Senegal. Siamo completamente spiazzati, tanto da non sapere se un semplice “grazie” possa bastare innanzi a cotale manifestazione di amicizia.
Dato che il tempo ci è totalmente nemico, siamo costretti a velocizzare le operazioni  di passaggio del testimone. È l’istante più difficile dell’intera giornata: abbiamo ora piena consapevolezza del nostro ritorno a casa e lo scontro con la realtà è conseguente commozione.
Ci sono tutti intorno mentre offriamo loro magliette e pettorine che dovranno essere le divise ufficiali d’ogni partita Gokick che organizzaranno. Seguono abbracci, strette di mano, promesse di un ritorno che non può e non deve mancare.
Mamodou Taxi Man, il più anziano, mi stringe forte a sé e ne percepisco un lieve turbamento d’animo. Allo stesso modo accade anche con gli altri.
Più di tutti, Sidia dimostra di patire profondamente il distacco. Una volta sul taxi del ritorno, rimane in silenzio e quando gli metto al collo la collanina che avevo acquistato il giorno precedente, lui ci fa dono di un suo anello d’argento. Se lo sfila e lo porge a Francesca. Fece la stessa cosa quando andammo alla casa di Ibrahima: mi chiamò da parte e mi regalò il suo anello.
Io che non ne ho mai indossati.
Io che ora non lo toglierò più.
Dianzi casa Sidia rimane in silenzio. Pare salutarci con indifferenza ma in realtà si tratta di tristezza, la stessa che nelle ultime ore ci ha preso alla gola.
E respirare diviene difficile.
E gli occhi tremano.
Ed è naturale promettere che torneremo.
Abbiamo i piedi ricolmi di passi bruciati dal sole d’Africa, le mani che cercano di rubare un po’ di vento e le tasche della memoria che custodiscono gelosamente ricordi inenarrabili tanto son pregni di meraviglia.
Gokick ha scoperto Dakar e l’ha fatto con il dirompente e naturale entusiasmo che è alla base del nostro progetto. Ci hanno accolti, spaesati e lividi di domande, per poi farci sentire totalmente parte del loro essere.
Ci hanno ringraziato così tante volte da averne perso il conto. Ma nulla avrebbe assunto un senso tangibile e viscerale se non ci fossero stati loro… loro ad insegnarci almeno in parte chi siamo e perché siamo volati fino in Africa.
Quindi GRAZIE a voi che avete aperto le braccia in un abbraccio ch’ancora abbiamo addosso… sulle vene… nello stomaco…

Alle 20:30 siamo in aeroporto.
Abou ci aspetta fuori per un ultimo saluto.
Con un’ora di ritardo partiamo e approdiamo a Tunisi alle 8 circa del 14 febbraio (giorno in cui sto concludendo il resoconto).
Arrivano ancora sms di ringraziamento e addirittura la telefonata di un ragazzo che non conosciamo e che, dopo essersi appena iscritto al sito, domanda come fare per giocare.
Ora ditemi voi se sia mai possibile esser preparati ad abbandonare Dakar, ma soprattutto ditemi come non si possa promettere di tornare.
Desidero che sia così muovendomi lentamente da un bisogno personale, condiviso e ingigantito all’interno di questo grande contenitore che ha nome Gokick/Play More.

Bonne nuit mes amis, nous prendrons vous avec nous jour après jour sans jamais oublier. Nous reviendrons bientôt, c’est une promesse!